La danza antica

L’uomo si è espresso naturalmente attraverso il movimento fin dalla preistoria, cosicché la danza è da considerarsi come la trasformazione di movimenti ordinari, funzionali ed espressivi in movimenti straordinari per scopi straordinari: la danza può esprimere, cioè, emozioni, stati d’animo,idee; può raccontare una storia o creare un momento, al di fuori del tempo, piacevole, eccitante, estetico.

Le danze nelle quali il gruppo è impegnato sono danze di partecipazione consistenti in movimenti codificati, eseguiti in determinate situazioni sociali.

Durante il Medioevo la chiesa cristiana disapprovava la danza in quanto ricordo di manifestazioni pagane. Presenti erano 2 tipi di danza partecipativa: quelle di isterismo religioso (il ballo di San Vito) e quelle popolari ( carole, estanpitte e saltarello) che continuavano ad essere tramandate dai contadini e che accompagnavano le feste popolari, dove erano eseguite anche come intrattenimento del pubblico; nasce così la figura del “giullare”, vagabondo e avventuroso che, assieme a goliardi e chierici vaganti, diverte le piazze e le corti con giochi, musiche e danze.

E’ tale l’ancestrale necessità del muoversi anche a discapito dei divieti religiosi che, nel quattrocento, la danza è considerata, nelle corti italiane, una forma d’arte molto importante e compare sia nella forma partecipativa che in quella presentativa: la preparazione di grandiosi intrattenimenti servivano per affermare il potere e l’importanza delle famiglie aristocratiche, specialmente quando si confrontavano con ospiti illustri; questi spettacoli univano pittura, poesia, musica e danza. Troviamo testi in cui vengono descritti fastosi banchetti dove ogni portata era introdotta da una danza sul tema del cibo servito.

 

Del quattrocento rimangono alcuni importanti trattati sulla danza: in essi sono stati riportati sia i passi codificati di balli e bassedanze, create appositamente per nobili e nobildonne, (teoria), che le musiche di accompagnamento. Agli occhi dei contemporanei questi manuali innalzavano così la danza al livello delle altre arti (grammatica, retorica, logica, aritmetica, geometria, astronomia e musica). Proprio per questa nuova ed importante valenza si afferma la figura del maestro e teorico della danza, che cessa di essere improvvisazione e diventa tecnica definita con una combinazione prescrittiva di passi: il maestro si trasforma in coreologo, nell’inventore di balli, nel poeta capace di entusiasmare non solo il popolo, ma anche il principe accanto a cui vive ed opera e che comanda.

Emergono così Domenico da Piacenza, Guglielmo Ebreo e Antonio Cornazzano: il primo, ballerino, coreografo, compositore di musica, maestro e teorico della danza, pubblica “De arti saltandi et choreas ducendi”; il secondo, allievo di Domenico, prosegue l’attività educativa e pubblica, il“De pratica seu arte Tripudii”, la sua opera, fu tanto diffusa, studiata ed ammirata al suo tempo per la parte teorica estremamente esauriente e per il gran numero delle danze presentate; il terzo, piacentino, pubblica “Libro dell’arte del danzare” dove, oltre alla teoria, propone una stilizzatissima trama pantomimica che le dame ed i gentiluomini eseguivano dopo lunghe e laboriose prove sotto la supervisione dell’insegnante.

La danza, perciò, non era considerata solo un passatempo, un divertimento, una tecnica di corteggiamento, una forma ludica, ma rappresenta tutta la poesia e la concretezza del Rinascimento.

 

Dei trattati si conoscono diverse versioni giunte fino a noi e sono conservati nelle biblioteche di Firenze, Roma, Siena, Parigi, New York. Scritti per essere dono a principi e signori, quindi accuratamente miniati e ricercati; oppure promemoria per maestri di ballo, sintetici e veloci, riportano con precisione la descrizione delle danze, ma offrono scarse informazioni sulla posizione delle mani, l’orientamento all’interno degli spazi adibiti a luoghi per il ballo, la posizione delle coppie, eccetera. Solo con l’ausilio dell’iconografia del tempo, delle miniature e degli affreschi giunti fino a noi, spesso ricchissimi di dettagli e particolari, si possono ricostruire questi essenziali particolari mancanti.

Nel cinquecento le musiche scritte per la danza diventano più ricche di strumenti e anche la tecnica coreografica si raffina, si semplifica, si evolve. Nascono le scuole di danza ed i nuovi maestri cominciano a recarsi presso tutte le corti d’Europa ad insegnare. Fabrizio Caroso da Sermoneta e Cesare Negri sviluppano in modo molto tecnico le coreografie e fecero della danza, per la prima volta, un fatto europeo e nei loro libri troviamo la teoria chiara e netta di ogni passo e del modo di eseguirlo. La danza diventa linguaggio comune e un medesimo ballo, mantenendo sempre la stessa struttura, viene eseguito, pur con nomi diversi, in vari paesi: essa ha la finalità di ammaliare, di attirare a sé, di facilitare la persuasione. Ciò le è consentito sia dalla sua natura, sia dalle sue caratteristiche, sia perché è congiunta alla poesia e alla musica. Deve anche divertire, distraendo le persone dagli affanni e dalle cure quotidiane; inoltre è utile per la sanità del corpo perché esercita e rafforza e insegna, infine, anche le buone maniere verso gli altri, diventando elemento indispensabile di distinzione sociale.

La cultura rinascimentale italiana è trainante per l’Europa: la danza è sinonimo di Italia, la raffinatezza e l’eleganza è sinonimo di Italia, la musica è sinonimo di Italia.

Con la Francia, a causa delle vicende storiche che la legano al nostro Paese, lo scambio è vivace e buona diffusione ebbe anche il trattato di Thoinot Arbeau “Orchèsographie”.

In Inghilterra si sviluppano delle danze chiamate Country Dance, ballate fin Dai tempi di Elisabetta I, ma pubblicate soltanto nella seconda metà del seicento (John Playford “The English Dancing Master”).

Alla fine del cinquecento già si notano le prime avvisaglie di un cambiamento che porterà alla danza barocca, ma questa è un’altra storia.